Politica

Una vita sacrificata sull’altare della libertà

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di Chiara Sorgiovanni e Alessia Bruni

Shireen Abu Aquleh aveva cinquantuno anni quando un proiettile l’ha colpita in pieno volto. È proprio nella città di Gerusalemme, che l’ha cullata nella sua prima e ultima ora di vita, che risiede lo scopo a cui ha dedicato ogni giorno della sua esistenza: dare voce a chi non la ha tramite una penna, urlare per chi non può e denunciare ogni ingiustizia che vedeva e davanti a cui non poteva stare zitta. La Palestina è un territorio difficile di cui scrivere, su cui lavorare spesso equivale ad una condanna a morte, a causa dell’Intifada, una guerra tra Ebrei e Musulmani, tremenda, che porta vicini, conoscenti, compagni di scuola a odiarsi e uccidersi, che da anni devasta Gerusalemme, ma a Shireen Abu Aquleh non importava: sentiva la necessità di raccontare e così aveva raccontato, senza sosta, per anni. Proprio questa necessità l’aveva portata ad abbandonare gli studi alla facoltà di Architettura dell’Università della Scienza e della Tecnologia in Giordania per dedicarsi a quelli di giornalismo presso l’Università Yarmouk, scelta che, dopo il trasferimento nei territori palestinesi, l’ha portata a lavorare per alcuni media locali, Radio Voce della Palestina e la tv satellitare Aman, fino all’assunzione Al Jazeera, l’emittente radio televisiva di cui è stata per anni il volto e la voce.

Shireen Abu Aquleh è morta perché non ha rinunciato a raccontare la sua gente. Ma secondo Al Jazeera non è stato solo questo: la sua giornalista è stata uccisa a sangue freddo dalle forze israeliane, che temevano la potenza delle sue parole e le verità scomode che stavano pian piano emergendo. “Il presidente palestinese accusa Israele senza prove solide”, così il premier israeliano Naftali Bennett rifiuta le accuse dell’emittente televisiva. “Sulla base dei dati a nostra disposizione, c’è una probabilità da non scartare che palestinesi armati che sparavano in modo selvaggio abbiano provocato la dolorosa morte della giornalista”. Sulla sua morte si è anche espresso l’ambasciatore Usa in Israele, Tom Nides, poiché la giornalista aveva la cittadinanza americana: “Sono molto rattristato. Sollecito una estesa indagine sulle circostanze della sua morte e sul ferimento di almeno un altro giornalista oggi a Jenin”. Anche il premier palestinese Mohammad Shtayyeh, la rappresentanza della Ue presso i Palestinesi e l’Autorità nazionale palestinese hanno espresso il loro dispiacere per la morte di Shireen Abu Aquleh e hanno richiesto chiarezza e giustizia riguardo i fatti.

Mentre continuano a piovere accuse e speculazioni, emerge l’ultima verità che Shireen Abu Aquleh ci ha consegnato: il mondo ha perso una grande donna, audace e caparbia, devota al suo paese e alla pace, voce di una devastazione che altrimenti sarebbe dimenticata, ma che continua ancora oggi ad essere raccontata attraverso la sua morte.

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