Cultura

La questione della giustizia: regime del terrore o libero arbitrio?

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A fornire una prima risposta, Eschilo nella trilogia denominata Orestea. Il passaggio fondamentale è costituito dall’assoluzione dell’eroe, uccisore della propria madre

di VINCENZINO VALENZISI

Delitto e castigo: la paura come entità amministratrice della giustizia: questa la risposta ultima di Eschilo al problema del delitto, nel 458 a.C., data della prima rappresentazione dell’ “Orestea”: . La spirale di sangue che avvolge da generazioni la dinastia dei Pelopidi viene finalmente conclusa da Oreste, che con l’assassinio della madre Clitennestra vendica la morte di Agamennone e mette fine alla “disamistade”. Con la sua assoluzione nel tribunale dell’Areopago, durante il processo presieduto da Atena, che non ha madre e viene partorita dalla testa di Zeus, il popolo ateniese assiste all’instaurazione di una società patriarcale, a un passaggio dall’ età della caccia all’età dell’agricoltura, alla trasformazione delle Erinni in Eumenidi, vendicatrici dei delitti di sangue mutate in ambasciatrici della Dike, della giustizia.

Politica e religione. L’equilibrio ristabilito del ghenos, la famiglia, viene posto alla base di una rifondazione etico – religiosa della polis, nella quale è il deinos, il terrore, idea materializzata nell’istituzione di valenza sia politica che religiosa dell’Areopago, a preservare la purezza di spirito e la saggezza del demos, poiché, come Atena stessa afferma, l’uomo non può servire la giustizia se nel proprio cuore nulla teme. Soffrire per la saggezza, porsi sotto la tutela di un Dio per sfuggire la hybris, concepita da Eschilo come figlia dell’empietà e non generata dalla sazietà, dall’eccesso di beni materiali, come Solone sostiene. È invece sulla distribuzione del bene materiale che si basa la teoria filosofica dell’Iván Karamazov dostoevskijano: quest’ultima incarna nel suo Grande Inquisitore il concetto di uomo nuovo, la coscienza superiore che si sobbarca il peso dello scisma tra Dio e il pensiero razionale e piega al proprio volere le folle abbracciando Lucifero e l’empia proposta fatta da questi a Cristo nel deserto: trasformare i sassi in pane e nutrirsene.

La Chiesa. Al rogo il figlio di Dio ed in cenere le sue promesse di libertà spirituale, poiché l’essere umano non è capace di gestirla; distribuire il pane e compiacere la folla degli uomini, che delinquono per fame e non per empietà, ecco il vero scopo della Chiesa, istituzione gerarchica e quasi militare, di certo non religiosa. Tale concezione del “regime” necessario a perseguire il giusto si contrappone a quella che Dostoevskij canalizza nella figura del monaco stáretz, guida spirituale per il popolo: la dissoluzione dello stato nella Chiesa ortodossa, la pietas come principio-cardine dei cancelli del paradiso, la paura della punizione divina come limite alla predisposizione al delitto insita nella natura umana, l’amore come unico balsamo contro il male.

La ribellione del Cristo. Il “senza dio” vitupera i sostenitori del libero arbitrio, primo tra essi Gesù Cristo, eppure tenta di ribellarsi al destino che egli stesso si è imposto in quanto uomo, cercando di innalzarsi al livello di Dio e amministrare gli altri uomini secondo la propria concezione del giusto. Infine, però, è lo scisma ad avere la meglio: nel tribunale a Pietroburgo: Iván Fjodorovic il parricida ideale urla le proprie colpe come invasato ad una corte incredula, devastato dalle visite dei propri demoni come Oreste viene perseguitato dalle Erinni: il libero arbitrio fallisce nei suoi propositi, ecco l’ennesima dimostrazione del fatto che “se Dio non ci fosse, bisognerebbe inventarlo”.

Dualismi. Giustizia versus ingiustizia, libertà versus coercizione, Dio versus Satana. Il problema odierno è un altro: cos’è il delitto e cosa, invece, la giustizia? Dove sono gli invisibili confini che dividono il territorio spartito tra il Dio e il diavolo, che si contendono il cuore degli uomini? Dio è realmente morto? Dio è redivivo e odora di guadagno. Il Grande Inquisitore è un genocida, le Eumenidi partono in crociata contro gli infedeli, mascherano la brama del denaro con alti intenti, prostituiscono la fede religiosa per il benessere materiale, sparano per il petrolio ma esportano democrazia, uccidono per la rivalsa ma pregano il proprio idolo, che sia esso Allah o Yahweh; il ghenos non è più la base della polis, ma della criminalità organizzata. Nel frattempo i mezzi di comunicazione di massa spacciano quotidianamente esempi di ingiustizia ad un pubblico anestetizzato e vuoto di emozioni, abituato alla normalità dell’ingiustizia stessa, normalità promossa dalla mescolanza tra fini meschini e moventi nobili. Paura o libero arbitrio? Il libero arbitrio continua a fallire. Paura di che?

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