Cultura
Orestea | C’è il mare chi potrà mai prosciugarlo?
La questione della giustizia nella tragedia di Eschilo, presentata al liceo classico M. Morelli, delinea il passaggio da uno stato pregiuridico ad uno giuridico. Ospiti il preside Giacinto Namia e il prof. Giuseppe Cricenti
di VALENTINA ARENA
Il liceo classico è stato protagonista di un’iniziativa culturale di arricchimento, di ricerca e di condivisione di visioni. Il tema scelto per la conferenza “Dall’Orestea di Eschilo ad oggi: il ghenos maledetto, la faglia pregiuridica e la giustizia dialettica” è stato promosso dall’A.I.C.C., associazione vibonese sempre pronta a stimolare la coscienza e a ricercare una precisa identità delle proprie radici culturali. L’iniziativa, di grande portata, ha trovato un riscontro positivo nella straordinaria partecipazione di alunni e cittadini vibonesi. Protagonisti della Conferenza Giacinto Namia, filologo e profondo conoscitore della cultura classica e Giuseppe Cricenti, magistrato di Cassazione che, nei rispettivi ambiti, hanno saputo sottoporre all’attenzione del pubblico un’analisi attenta e puntuale della problematica oggetto di disamina.
Il dramma. Il preside Giacinto Namia, intervenuto nella prima parte della Conferenza, ha trattato i drammi della trilogia Eschilea denominata “l’Orestea”, in maniera precisa, delineando i tratti essenziali dell’opera e soffermandosi su temi e personaggi della Teodicea Eschilea e proponendo un breve excursus sui luoghi della ricorrenza di Dike nelle tragedie Agamennone, Coefore ed Eumenidi. Il dibattito è entrato gradualmente nel vivo grazie anche al contributo del magistrato Giuseppe Cricenti, profondo conoscitore della cultura classica. La sua riflessione è partita da un ragionamento trasversale rispetto alla letteratura e al diritto.
La vendetta e la giustizia. “La dialettica – ha affermato Cricenti – è comune a letteratura e diritto ed entrambi appaiono come narrazioni, hanno in comune elementi che servono per intessere una trama, seguendo il ragionamento della corrente di “Law as Litterature”. “L’Orestea – a giudizio di Cricenti – affronta il passaggio dalla vendetta alla giustizia regolata dallo Stato, quindi da uno stato pregiuridico ad uno giuridico, ma ciò non esclude la possibilità di una vendetta legalizzata nei giorni nostri”. Questo diventa, quindi, il punto di partenza per un parallelo tra l’Orestea e i casi odierni di vendetta e di errore giudiziario. In un tale ragionamento Cricenti ha inserito il caso di Ceausescu, Aldo Moro e il caso Tortora. L’incontro è stato moderato dalla prof.ssa Chiaravalloti, docente di latino e greco dell’istituto, capace con passione e competenza, di coinvolgere e addentrare gli ascoltatori nel senso profondo del’Orestea e del suo modularsi fino ad oggi. Ospite dell’iniziativa, ex alunno della scuola, è stato Luigi Feroleto. Attore professionista, con la cura e l’attenzione che lo caratterizzano, ha interpretato Clitemnestra di Margueritte Yourcenare. La “leonessa bipide” di Eschilo appare nella visione di Yourcenare, come una moglie stanca che nella mancanza ha trovato il movente del delitto dell’uomo che “in otto anni di guerra non è tornato mai a casa“.
Risemantizzazioni. L’interpretazione di Luigi Feroleto ha dato inizio ad una serie di risemantizzazioni, messe in scena da vari alunni dell’istituto. ”C’è il mare, chi potrà prosciugarlo? Al verso 958 dell’Agamennone Eschileo, viene rappresentato il mare che separa Clitemnestra da Agamennone, i vinti dai i vincitori. In questo terzo episodio, Clitemnestra chiama Agamennone alla sua mattanza. E’ in un gioco di continuità ideologica che l’invito a camminare verso la morte si reitera nel IV episodio dell’Agamennone, in cui Clitemnestra, invita Cassandra ad entrare “Entra anche tu ,Cassandra,entra” (traduzione di Pasolini). La profetessa di sventure con i suoi deliri profetici recupera la saga dei Pelopidi e profetizza la fine, la propria e quella del condottiero Agamennone. Cassandra appare consapevole del proprio destino e dell’impossibilità di modificarlo ed è in questa lucidità che si abbandona “al fato che sempre si compie e al dolore dell’inappartenenza”. La vicenda ripresa dalla prima tragedia della trilogia è stata messa in scena da una splendida Lorenza Sgrò nella figura di Cassandra, una spietata ed elegante Fatima Malara nella figura di Clitennestra e l’attento osservatore Michele Scarcella nella figura del Capo coro. Il mito si fonde però con un continuo modularsi della storia, con un divenire storico che si condensa nelle liriche di Ghiannos Ritsos e Ghiorgos Sefèris. L’Agamennone di Ritsos interpretato per l’occasione da Raffaele Braghò,rappresenta il condottiero che sente sopra di sé la stanchezza della guerra. Nella stanchezza e nella calma rassegnazione di Agamennone di Ritsos, si condensa un “identità distrutta dalla catastrofe dell’Asia Minore del 1922 e della guerra civile del 1946-1949. Il non senso della guerra viene esplicitato anche in “Micene“ di Ritsos, interpretata da Lorenzo Talarico.
Il tempo della storia. Il protagonista della lirica, come l’ Agamennone di Eschilo che si dirige verso la casa passando sulla porpora, vive tra passato e futuro e in questa continuo fluire del tempo può solo chiedere le mani “Dammi le mani,le mani” e “sollevare i macigni della morte e amarli fino allo spasimo”. In tale lirica Micene diventa la città e il deserto della salvezza per tutti e nella mente riecheggia il verso di Clitemnestra ”C’è il mare, chi potrà prosciugarlo?”. A chiudere l’evento, vi è stata l’interpretazione, di Valentina Arena, di “Largo” di Antonia Pozzi . Con la sua sensibilità la poetessa ha cercato di ricordare a Clitennestra, leonessa bipide, che gli uomini sono incapaci di “durare la fatica dell’eternità” e che quindi nel suo essere “ombra nell’ombra” è destinata ad essere assediata dal tumore dell’odio“. E se nella interpretazione di Yourcenare Clitemnestra, apre l’iniziativa affermando che “Se il tempo è il sangue dei vivi, l’eternità deve essere il sangue delle ombre“, così la protagonista di Antonia Pozzi”, ombra che vede “nell’ombra l’arcana folla dei suoi fantasmi”, invita gli osservatori a lasciarla affinché sia cosa di nessuno e nessuno cerchi “quello che lei cerca”. A coordinare l’evento, a sopportare e supportare i ragazzi del teatro, ad aiutarci a coltivare il bello, fondamentale è stata la figura della professoressa Caterina Scolieri . Colonna portante e silenziosa dell’iniziativa ci ha indotto a capire che “è questo il punto: indirizzare l’attenzione dello studente verso quello che, all’inizio, egli non può capire, ma la cui grandezza affascinante lo afferra”. Un’idea della cultura positiva, che può avere come risultato la formazione di teste pensanti.



















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