Politica
La strage di Capaci 25 anni dopo e la speranza dissolta di Giovanni Falcone
Cinque lustri sono passati da un evento che ha legato a sè il passaggio da un’epoca all’altra della storia del nostro paese. Ma la lotta alla mafia non ne ha ancora consentito l’annientamento
Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, magistrati antimafia passati alla storia come eroi dello stato italiano che furono assassinati brutalmente perché scomodi alle attività di “Cosa nostra”. Il 23 maggio il venticinquesimo anniversario della strage di Capaci, che portò alla morte Falcone, la moglie e alcuni membri della sua scorta (Vito Schifani, Rocco Dicilio, Antonio Montinaro), e fu il preludio dell’attentato a Borsellino del 19 luglio, avvenuto in via d’Amelio.
L’esempio. Soffocate nel sangue, le voci dei due uomini di giustizia non restano ancorate alla crudeltà della loro epoca, ma perseverano nel risuonare come monito nelle orecchie di coloro che ancora oggi si spendono per il compimento della giustizia e per il definitivo annientamento della criminalità organizzata, cancro ancora saldamente radicato nel nostro territorio che continua a insozzare, in particolar modo, le bellezze territoriali del sud e il suo tesoro di storia e cultura, il quale, piuttosto che presentarsi come un incentivo per lo sviluppo di un’economia ormai totalmente egemonizzata dalle organizzazioni mafiose, supportate e a volte capeggiate persino da figure ecclesiastiche, che sfruttano vite umane per personale lucro (fenomeno che sta toccando l’apice con il “traffico degli immigrati”, la tragedia figlia del mercato schiavile ottocentesco, a causa della quale miriadi di persone sono costrette a vivere in condizioni inumane e a divenire strumento di guadagno), si lascia affossare dalla barbarie che ovunque regna sovrana.
Il ricordo nei posteri. È essenziale preservare la memoria di due uomini che diedero la vita, insieme con altri celebri nomi (Boris Giuliano e Peppino Impastato, Carlo Alberto Dalla Chiesa tra di essi), per l’epurazione del proprio territorio e la realizzazione di un’Italia migliore, libera dalla morsa del terrorismo, dalle trattative stato – mafia, dalle prevaricazioni, dai compromessi del “papello”. Tramandare la memoria di Falcone e Borsellino ai nostri figli, come i nostri padri la tramandarono a noi, significa mantenere viva la speranza dell’avvento di un mondo pulito e di un futuro, forse molto lontano, in cui lo Stato non sia la mafia, ma la realizzazione del sogno dell’Assemblea Costituente e l’effettiva applicazione di una costituzione che è fra le più complete ed elogiate in Europa e nel mondo, ma non è mai stata applicata.
La lotta alle ndrine. Poiché la mafia, come lo stesso Falcone affermò, è innanzitutto un fenomeno culturale, la scuola ha l’onore e l’onere di istruire i giovani al rifiuto e alla lotta contro ogni declinazione dell’illegalità, e deve farlo partendo dalla memoria dei martiri che in nome dello Stato (quello Stato democratico idealizzato da Montesquieu e non ancora effettivamente affermatosi) combatterono e morirono.



















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