Politica

Calabria zona rossa, infuoca la protesta: “Decisione ingiusta”

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di Giulia Baldo, Nicola Fialà, Alessia Proto, Silvia Vinci

Dal 6 novembre 2020 l’Italia è suddivisa in tre zone: gialla, arancione e rossa. Per determinare la corrispondenza si è tenuto conto del livello di rischio legato a questa emergenza mondiale. Gli indicatori non sono stati dettati solo dal numero di nuovi casi ma anche dalla capienza degli ospedali e delle terapie intensive.

La prima zona (gialla) comprendente Abruzzo, Basilicata, Campania, EmiliaRomagna, Friuli-Venezia Giulia, Lazio, Liguria, Marche, Molise, province autonome di Trento e Bolzano, Sardegna, Toscana, Umbria , Veneto, indica le regioni con il minor rischio.

Rimane la raccomandazione di non spostarsi, il coprifuoco nazionale (22-05), chiusura centri commerciali nei giorni festivi e
prefestivi, chiudono musei e mostre oltre alle attività chiuse in precedenza, bar e ristoranti con chiusura alle 18 ma con asporto e consegne a domicilio permesse, DAD per scuole superiori. La zona arancione include Puglia e Sicilia. Non sono qui possibili gli spostamenti tra regioni o tra comuni diversi da quello di residenza se non per motivi di lavoro, salute, necessità oltre tutte le misure nazionali.

All’interno delle zone rosse, infine, Calabria, Lombardia, Piemont e provincia di Bolzano, non è possibile spostarsi verso regioni diverse o uscire dal proprio comune se non per esigenze compilando l’apposita autocertificazione, bar- centri sportivi – cinema-teatri-museiristoranti-centri estetici chiusi, Dad per gli studenti delle scuole superiori e per le classi seconde e terze delle scuole medie, sospese tutte le competizioni sportive.

Anche la Calabria rientra nella zona rossa eppure il numero di contagi è molto più basso rispetto alle altre regioni nella stessa fascia di rischio ma la fragilità del sistema sanitario regionale basta da solo a collocare la Calabria tra le zone a rischio massimo. Anche se in questo momento non c’è un numero di casi particolarmente elevato, l’Rt ci porta a pensare che la situazione potrebbe diventare più critica nel prossimo futuro.

Pur fornendo ottimi professionisti al paese, la Calabria ha un deficit strutturale in termini di sistema sanitario. C’è infatti una percentuale di occupazione delle terapie intensive e delle aree mediche superiore al 50%. Vi è inoltre una difficoltà nel tracciamento delle catene di contagio, nel cosiddetto contact tracing. La prossima settimana tornerà a riunirsi la cabina di regia nazionale presso la quale confluiscono i dati di ogni singola regione.

Si spera che la regione Calabria sia in grado, in questo lasso di tempo, di recuperare il tempo perso e di offrire ai tecnici un dato completo e attinente alla realtà dei fatti. Se la resilienza del sistema sanitario calabrese, messo in affanno dalla crescita dei contagi (nonostante il gioco di prestigio sui dati provato da chi gestisce la macchina dei controlli per evitare l’aggravamento delle restrizioni), sarà verificata allora per la Calabria si aprirà la possibilità di una “descalation” verso la zona arancione.

La reazione alla decisione governativa non si è fatta attendere da parte dei rappresentanti politici calabresi e da parte dei cittadini. Il presidente della regione Calabria Nino Spirlí ha espresso il suo dissenso: “Chiusura poteva essere evitata, decisione ingiusta”.

Parte così un ricorso contro il provvedimento firmato dal ministro Roberto Speranza. “Questa regione non merita un isolamento che rischia di esserle fatale”. Le proteste infiammano le piazze calabresi. I cittadini non sono più disposti ad accettare passivamente l’incapacità e l’indolenza politica. A Reggio Calabria, Locri, Lamezia, Cosenza disordini ed esplosioni di petardi testimoniano l’insofferenza dei cittadini, ligi fino a questo momento al rispetto delle regole e traditi da chi avrebbe dovuto rappresentarli.

Tutti i commercianti sono scesi nelle piazze delle principali città calabresi venerdì 30 ottobre alle ore 18:00 per manifestare il loro dissenso contro le ultime misure emanate dal Governo italiano, che impongono la chiusura dei locali alle 18. “Noi abbiamo rispettato le regole. Ora lo Stato mantenga le promesse”.

Gli imprenditori alzano la voce perché non ci stanno ad essere trattati come i capri espiatori del Coronavirus, dopo che per mesi hanno investito ingenti somme di denaro sul piano della prevenzione e della sicurezza.

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