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L’irruzione in diretta della giornalista russa contro la guerra

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di Paola Vallone, Rosita Mammoliti e Desirèe Curtosi

L’attivista Marina Ovsyannikova, scomparsa in seguito alle proteste contro il conflitto in Ucraina, negata ancora una volta la libertà di stampa in Russia.

Il 4 marzo è stata approvata dalla Duma la contestata legge sulla responsabilità amministrativa e penale per la diffusione delle fake news, sull’operato dell’esercito russo o in caso di discredito dell’impiego delle forze armate. Le pene previste variano, fino ad arrivare, nel caso di gravi violazioni della legge, a una detenzione da 10 a 15 anni.

Quello di giornalista, in Russia, è un mestiere tutt’altro che semplice. Soprattutto a partire dagli anni Novanta, il lavoro è diventato progressivamente più pericoloso. Il Comitato per la protezione dei giornalisti, associazione nata con lo scopo di difendere la libertà di stampa e i diritti dei giornalisti in tutto il mondo, cataloga la Russia come “il terzo Paese al mondo per numero di giornalisti morti” dal 1991. Solo Algeria e Iraq la superano nel periodo 1993-1996. Sono anni in cui appaiono evidenti, guardando con gli occhi di un occidentale, le forti limitazioni alla libertà di stampa in Russia. L’opinione pubblica internazionale iniziò seriamente a interessarsi al fenomeno solo in seguito all’omicidio della giornalista Anna Politkovskaja, uccisa a Mosca il 7 ottobre 2006, nel periodo in cui accusava Putin di aver fatto della Russia uno stato di polizia.

Oggi un altro giallo giornalistico russo fa scalpore in tutto il mondo. L’attivista Marina Ovsyannikova, che il 14 marzo ha interrotto il telegiornale della tv di Stato con un cartello in mano per protestare contro la guerra in Ucraina, è scomparsa. A riferirlo è la Cnn che cita il suo avvocato. “Non riusciamo a trovarla”, dopo che inizialmente gli amici della donna avevano detto che si trovava al dipartimento di polizia di Ostankino, a Mosca. Secondo quanto riferisce lo stesso avvocato Zakhvatov, Marina Ovsyannikova rischia 15 anni di galera.   “All’inizio – ha spiegato il legale – la polizia l’ha trattenuta volendo limitarsi a seguire il protocollo amministrativo. Ma il caso è stato poi preso in mano dalle alte autorità che hanno deciso di avviare un procedimento penale nei suoi confronti per divulgazione pubblica di informazioni consapevolmente false sull’uso delle forze armate russe”. Il caso, ha aggiunto, è ora in mano al presidente del comitato investigativo.  

Il controllo dei mass media fa parte degli strumenti più importanti per mantenere al sicuro il potere del Presidente Putin, al quale non è servito molto tempo per arrivare a controllare i canali televisivi più importanti e da lì assicurarsi la sua posizione di Presidente e la sua costante popolarità. In questo modo Putin può nutrire anche il culto della sua personalità, fino a diventare sostanzialmente l’unica icona politica in Russia. Si può parlare, quindi, di una “putinizzazione” della cronaca a tutti gli effetti. Con la censura, il pericolo è che sempre più cittadini perdano il polso della situazione o rischino di essere ingannati. Per ora continua a funzionare YouTube, ma molti temono che sia solo questione di tempo.

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