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Blue Whale Challenge, ecco quando il web diventa letale

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Un gioco nato in Russia anni addietro ma da poco diffuso anche in Italia ed in alcuni paesi europei che può spingere al suicidio

di DEMETRA AUTUNNO

E’ una nuova moda che presto scomparirà come tutte le altre? Oppure è purtroppo destinata a persistere? E’ certamente qualcosa di serio e pericoloso che deve essere stroncato sul nascere. Di che cosa stiamo parlando? La Blue Whale Challenge è un gioco, se così può essere definito, nato in Russia anni fa ma da poco conosciuto in Italia e paesi esteri. Consiste nell’obbedire a delle regole inviate ogni giorno (in totale 50) da un curatore, il “tutor personale” del partecipante, che verifica che vengano eseguite, pena delle terribili conseguenze.

Le dinamiche. Una richiesta è più spaventosa e assurda dell’altra, da svegliarsi alle 4 del mattino per guardare specifici video inviati dal curatore a incidersi sul braccio cicatrici permanenti. Ma la vera domanda è: perché gli adolescenti decidono di partecipare pur conoscendo le conseguenze? Spesso le vittime di questo gioco perverso sono ragazzi normalissimi, che conducono semplici vite e che non proverebbero mai a suicidarsi.

Alcuni casi. Gli episodi in Italia sono purtroppo tanti, e lo sono ancora di più segnalazioni alla polizia da parte di amici o parenti per possibili casi di Blue Whale. Eppure, anche se lontani, tutti i curatori sono a contatto, ventiquattro ore su ventiquattro, sempre pronti e disponibili a fornire materiale al giocatore per arrivare al fatidico 50esimo giorno. La cosa positiva di tutto questo è che si sta già cercando di fare di tutto per bloccarli, oltre alla polizia postale anche i social stessi dai quali ha origine questa challenge hanno già avviato un meccanismo di protezione per quelli che desiderano partecipare.

I social. Su twitter, una delle piattaforme principali dei curatori, se l’utente dovesse “twittare” gli hashtag per contattare un curatore, dopo pochi minuti scomparirebbero. Stessa cosa per instagram, che invia subito un messaggio di allerta se l’utente dovesse cercare qualcosa inerente alla challenge. Oltre a questo, è possibile fare qualcos’altro per fermare i giovani a partecipare? Certamente, continuando a parlarne. Alcuni ritengono che parlarne sia sbagliato, che non porti a niente, anzi, che induca i ragazzi a partecipare al gioco spinti dalla curiosità. Ma è sensibilizzare la cosa giusta, soprattutto nelle scuole, dove i ragazzi vivono la maggior parte della giornata. Sono le insegnanti a dover informare i ragazzi dei pericoli che potrebbero affrontare se dovessero partecipare a qualcosa di pericoloso. Ma la domanda che si pongono tutti è sempre la stessa: perché partecipare se si conoscono tutte le regole e le conseguenze? Perché mai un ragazzo felice, circondato da amici e persone che gli vogliono bene dovrebbe voler prendere parte a qualcosa del genere? E’ anche vero che alcune vittime del gioco erano già deboli di per sé, convinte di voler farla finita, ma la maggior parte non lo erano. E allora perché prendere parte a un gioco malato di qualcuno che, dopo aver ucciso così tanti bambini e ragazzi e dopo aver rovinato così tante vite non si sente in colpa, anzi, dice di aver ripulito la società? Probabilmente molti si sentivano capaci di poter sfidare la morte, volevano provare il brivido che si sente quando ci si avvicina tanto così al morire ma non se ne rimane vittime; pensavano di potersi fermare una volta raggiunto un determinato limite, ma non avevano calcolato forse la distruzione psicologica causata dalle continue sfide che il curatore gli intimava di portare a termine. Il web è un posto fantastico, fornisce un mondo di possibilità per qualsiasi cosa. Eppure, quando ci ritroviamo davanti a tragedie come queste, lo consideriamo ancora qualcosa di magnifico?

 

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