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Il calvario della Siria: diritti violati e rivoluzioni affogate nel sangue

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Le radici del massacro vanno ricercate oltre che in un contesto politico, anche in una complicata realtà sociale

di MARCO RUSSO

Da tempo al centro dei dibattiti internazionali, la Siria è al momento uno dei paesi più militarmente caldi al mondo. Dal 2011 è in corso una guerra che, in principio, riguardava solamente fazioni interne al paese, ma che con gli sviluppi successivi ha coinvolto potenze mondiali come Russia e Usa. Queste ultime sono ormai diventate le protagoniste principali, rendendo il paese arabo fondamentale per gli equilibri internazionali. La Francia si è unita agli interventisti, scendendo in campo direttamente, in seguito agli attacchi terroristici che hanno colpito le città di Parigi e Nizza. Nei 6 anni compresi tra il 2011 al 2016, il conflitto ha causato oltre 400 mila morti e circa 11 milioni di sfollati, oltre ad aggravare il problema dell’immigrazione. Tuttavia è doverosa una panoramica generale sul paese per comprendere una guerra che ha le sue radici oltre che in un contesto politico, soprattutto in un complicato contesto sociale.

Le etnie. La nazione infatti, pur essendo a maggioranza sunnita (74 %) è governata politicamente da una minoranza, gli alawiti, strettamente collegati agli sciiti, il ramo minoritario dell’Islam. Queste divisioni etnico-religiose, complice anche la presenza di israeliani dichiaratasi indipendenti, e i vari interventi stranieri, hanno causato enormi problemi durante la storia siriana post-indipendenza, avvenuta nel 1942 ai danni della Francia. Le cosiddette primavere arabe che hanno colpito vari paesi del Nord Africa e del Medio Oriente nel 2011, non potevano non coinvolgere un territorio come quello siriano, paragonabile ad un campo minato. Da semplici manifestazioni pacifiche, nelle piazze si è passato gradualmente a proteste e, in seguito, ad una vera e propria guerra civile.

Le alleanze. La rivoluzione, nata con l’obiettivo di ribaltare il regime politico, il quale già non era visto di buon occhio a causa delle questioni etnico-religiose sopraccitate, ha subito inasprito i problemi sociali del paese. Da un punto di vista bellico, se da una parte il Governo, guidato dalla famiglia Al Assad dal colpo di stato del 1964, godeva inizialmente dell’appoggio militare di nazioni come Iran e Iraq, dall’altra nuove forze militari come l’YPG, guidata dai curdi, godevano dell’appoggio della maggioranza della popolazione. Ma oltre questi due schieramenti, prendeva sempre più potere lo Stato Islamico dell’Iraq e del Levante, oggi meglio conosciuto come Isis.

Reazioni internazionali. La situazione è degenerata dopo soli 6 mesi dall’inizio delle proteste, quando l’organizzazione Human Rights Watch ha accusato ufficialmente il governo siriano di aver commesso crimini contro l’umanità, durante i tentativi di fermare le proteste. Per la prima volta, viene attirata l’attenzione di paesi esteri come la Francia e gli USA, i quali hanno condannato apertamente l’operato di Al Assad. Questo fu l’incipit di varie reazioni internazionali, con la finale condanna da parte dell’Onu, schieratasi apertamente contro il regime dispotico siriano, nonostante le proteste di Russia e Cina. Da questo momento in poi il conflitto non è più da considerarsi civile, in quanto l’intervento esterno, sia diretto che indiretto, diventa ormai evidente.

La svolta. Nelle prime fasi della guerra i ribelli sembravano avere il sopravvento, riuscendo nel 2013 addirittura a controllare il 40% del paese. Ma il loro cammino si è interrotto quando sulla loro strada hanno incontrato un avversario più ostico del governo: l’Isis. L’avanzata dello Stato Islamico preoccupò non solo ribelli e governo, ma anche i paesi occidentali, finiti nel mirino degli estremisti islamici. Nasce così la coalizione internazionale anti-Isis, dando via all’intervento diretto delle potenze straniere. La svolta avviene però nel 2015, quando è la Russia a intervenire dichiarando appoggio totale al governo di Al Assad. In pochi mesi il conflitto cambia ancora andamento, con il regime che torna ad avere il potere sulla maggior parte del suolo siriano. Ad ora, il conflitto sembra non avere fine, con i cittadini rimasti ostaggi delle fazioni che si contrappongono. I nuovi ribaltamenti politici internazionali potrebbero modificare ancora una volta il corso della guerra “civile” siriana, a discapito di chi ha iniziato questa rivoluzione con idee di libertà ed uguaglianza, e che adesso è vittima di coloro che sperano di trarre potere e profitti economici da questo conflitto.

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