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Edith Bruck e i campi di sterminio, un viaggio a ritroso alla riscoperta dell’identità perduta

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La scrittrice ungherese, protagonista della XIII edizione dell’Operatore d’Oro, nell’Auditorium del liceo classico M. Morelli

di Vincenzino Valenzisi e Chiara Sorgiovanni

20 febbraio 2020: Edith Bruck è al liceo classico Michele Morelli per il conferimento dell’Operatore d’oro, giunto alla XIII edizione. La scrittrice, poetessa e regista ungherese, sopravvissuta all’orrore dei lager, ha speso la vita nella testimonianza, ed ora si rivolge alle nuove generazioni. Nata nel 1932 da una famiglia modesta, ultima di sei figli, sin dalla tenera età paga la sua diversità di ebrea subendo discriminazioni e violenze. E’ deportata nel campo di sterminio di Auschwitz nell’aprile del ’44 e ne vive l’inferno fino al ’45, sopravvivendo alla marcia della morte attraverso Dachau e Bergen Belsen. Viaggia nel mondo alla ricerca di una identità, che non trova fino al ’54 , anno in cui si ferma a Roma: ha subito il rifiuto d’Israele, dei regimi comunisti e della sua stessa terra natale, dove le sorelle, scampate alla deportazione grazie all’aiuto di Perlasca, si rivelano incapaci di comprendere e condividere appieno il suo dolore. Lega con i più importanti intellettuali del suo tempo (tra i quali Levi, Montale, Bo, Sereni) e sposa il poeta e regista Nelo Risi. La scrittura salva la sua esistenza: “Ho scelto di scrivere in italiano, perché ogni parola pronunciata nella mia lingua natale mi riporta al passato, rivedo la figura di mia madre che sforna il pane che non avrei mangiato, quel pane che significa la vita e l’amore”. E alla vita e all’amore si appellano le sue opere, tra le quali è opportuno citare:”Chi ti ama così” (1959) , “Signora Auschwitz” (1999), “Ti lascio dormire” (2019), “Quanta stella c’è nel cielo” (2009) , “La rondine sul termosifone” (2017).

Le parole sono chiare, disincantate, leggere in maniera insostenibile. Edith Bruck non tradisce emozioni, la sua voce sembra arrivare da un altro mondo, racconta la sua storia come non fosse sua. Eppure l’auditorium entra in contatto col suo dolore, si ritrova proiettato in una realtà che non ha vissuto, che non può comprendere a fondo, ma che riesce oggi a immaginare. Ed è questa la missione della Bruck, questa la maledizione che pesa sulle sue spalle: dare viva testimonianza di un passato che sta tornando al presente: il negazionismo dilaga, il concetto di “nazione” ha surclassato quello di “humanitas”, i popoli si nutrono d’odio e vanno incontro all’autodistruzione. E’ l’indignazione che dà alla scrittrice la forza di rivivere ogni volta il suo dolore, il coraggio di sfidare l’incomprensione. Il sopravvissuto non deve vergognarsi: la discesa agli inferi gli ha permesso di purificarsi, di rendersi immune al risentimento e al desiderio di vendetta, di diventare profondamente umano. “Sono sempre stata diversa, non posso essere come gli altri, la mia storia non lo permette”. Bisogna ascoltare queste voci solitarie che hanno rinunciato a Dio, che hanno conosciuto il male assoluto, eppure non sanno rinunciare all’amore e al potere salvifico della parola.

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